b. La priorità del Vangelo

Il diacono, uomo del portico

Uno dei segni concreti di questa apertura è avere dappertutto chiese con le porte aperte. Così che, se qualcuno vuole seguire un mozione dello Spirito e si avvicina cercando Dio, non si incontrerà con la freddezza di una porta chiusa (EG, 47).

Si usano tante immagini per cercare di definire l’identità del diacono. Questo perché, al di là dei concetti e delle formulazioni teologiche, le immagini hanno la forza evocativa propria dei simboli. E l’identità della persona si definisce più a partire dal suo mondo simbolico, che coinvolge tutte le facoltà del soggetto, soprattutto la dimensione affettiva e relazionale, piuttosto che limitarsi alla razionalità e all’intelletto. Ecco allora che del diacono si è detto che è ‘il ministro della soglia’, ‘il ponte tra Chiesa e mondo’. Facendo tesoro del valore di tutte queste immagini, che tendono comunque a proiettare la specificità del diacono fuori dalle mura della parrocchia tradizionale, mi piace tentare di suggerire un ulteriore simbolo evocativo. Il diacono, per me, è il ministro del portico. Una delle domande poste nell’IL in preparazione al il Sinodo era se il diacono nell’evangelizzare trova la sua identità? Mi sembra che la domanda sia superflua, per non dire retorica. La risposta è inequivocabilmente sì. Ma dobbiamo capirci. Nell’evangelizzare, infatti, non solo il diacono, bensì ogni cristiano, anzi, tutta la Chiesa trova la sua identità. La Chiesa esiste per evangelizzare. E il mandato che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli, cioè a tutti i membri della sua Chiesa, è quello di andare per il mondo ad annunciare il vangelo e a battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (cfr. Mt 28,19). Dunque, anche il diacono, come battezzato e ministro della Chiesa, trova certamente nell’evangelizzare il suo ‘status’ più autentico e profondo e si definisce nel suo essere personale. Sembra allora che la questione debba essere spostata piuttosto nel che cosa si intenda per evangelizzare, o meglio ancora nel come si evangelizza. Ci sono infatti tante vie e tanti percorsi che la Chiesa utilizza per arrivare a ogni persona e a tutte le genti. Qual è lo specifico modo di evangelizzare che identifica il ministero diaconale? Qual è, in altri termini, la maniera di evangelizzare propria del diacono? Tale maniera, per non rimanere nell’alveo dei buoni propositi incompiuti, deve uscire dalla semplice esortazione a mantenere questo o quell’atteggiamento. L’incarnazione richiede che si concretizzi il tutto in luoghi e tempi precisi. Ecco che, a questo punto, ci tornano utili le immagini, la immagine: il portico. Il diacono evangelizza abitando sotto il portico. Che cos’è il portico? Innanzitutto è il luogo dell’incontro a fianco della piazza. Non è dunque un luogo originariamente ‘religioso’. È il luogo riparato in cui la gente che si riunisce nella piazza trova paradossalmente un momento di stacco, di raccoglimento, di pausa e ha lo spazio per parlare, per dialogare, per passeggiare con un certo ordine, per riconoscere l’altro. Il portico è quello spazio semiaperto in cui non c’è l’oppressione delle pareti che ci separano dal mondo e allo stesso tempo non c’è lo smarrimento e la confusione della piazza, dove fra l’altro si rischia di essere coinvolti nel traffico e nel via-vai dei motori. Il portico è, nelle città, l’ambiente del caffè e del gelato, dell’acquisto e della vendita, insomma dell’amicizia, del lavoro, delle relazioni umane. Ecco allora il primo richiamo suggestivo evocato dal portico: il diacono abita proprio lo spazio umano della città, senza chiudersi dietro mura difensive e protettive, ma allo stesso tempo senza perdersi nell’anonimato e nel caos. È uomo di relazione nelle vicende umane che emergono fra gli affanni e le ansie della strada, che cerca un angolino di pace appartandosi sotto la copertura del portico, dove ci si protegge dalla pioggia e dal vento come si vorrebbe essere protetti dalla sofferenza e dalla paura, ma mantenendo lo sguardo aperto all’orizzonte, al futuro, alla

speranza. Un secondo aspetto significativo dell’utilizzo dei portici soprattutto nelle grandi città è quello dell’accoglienza dei poveri e dei derelitti, dei senza tetto di ogni provenienza e nazionalità. Il portico, di notte, si riempie di un popolo nuovo, che lo abita come si abita una cameretta intima e privata, e allo stesso tempo condivisa con altri, perfino sconosciuti. Sono i prediletti di Dio, quelli che lo stesso Gesù ha incontrato, ascoltato, guarito nel portico della piscina (cfr Gv 5, 1-18), con la cura di un padre per i propri figli. Il portico è allora il luogo dell’incontro con l’uomo fragile e con la fragilità dell’uomo. Bisogna avere però il coraggio della notte, soprattutto della propria notte interiore, che l’incontro con il povero fa sempre venire a galla drammaticamente. Siamo noi poveri dentro, siamo noi peccatori e feriti nello spirito, più ancora che nella carne. Il diacono, ministro del portico, è allora il ministro dei poveri, per i quali deve avere una attenzione privilegiata, senza mai nascondersi e rifugiarsi in presunti altri compiti pastorali che ne limitino l’impegno per i derelitti della terra. Anzi, il diacono è il ministro della pastorale della notte, cioè di una pastorale meno preoccupata di grandi progetti e impeccabili programmazioni, e più attenta alla fantasia dell’amore, alla priorità delle relazioni, alla premura per le fragilità di ogni persona; una pastorale che sa rischiare l’incertezza del buio per sperimentare nuovi percorsi di testimonianza e di annuncio. Il diacono, condividendo il portico con i poveri, sa farsi portavoce delle loro necessità affinché la comunità cristiana tutta esca a passeggiare al passo degli ultimi e dei più deboli, seguendo in questo modo le orme del Maestro servo e medico delle piaghe dell’uomo. Nel passato, poi, il portico era anche luogo di insegnamento e di trasmissione della conoscenza. Ricordiamo la scuola peripatetica dell’antica Atene, in cui i maestri filosofi passeggiavano seguiti dai loro discepoli e trasmettevano il proprio sapere in un suggestivo ‘scambio in movimento’. L’immagine di questa ‘scuola senza mura’ risulta particolarmente suggestiva nel pensare al diacono, inviato ad evangelizzare nell’intreccio delle esperienze quotidiane della gente. Il portico allora da un lato ricorda l’importanza di inserirsi nel mondo della cultura e della scuola, dando un contributo competente e significativo all’educazione delle nuove generazioni; dall’altro lato, ci suggerisce che evangelizzare significa non distogliere mai lo sguardo dalla verità, che va anche proclamata con coraggio laddove ci si trova a scontrarsi con modi di pensare, strutture ideologiche, costruzioni teoriche diverse e spesso completamente opposte alla visione cristiana della vita e dell’uomo. Il diacono è così chiamato all’arte dell’educazione che traduce in termini e in modi comunicativi adeguati gli irrinunciabili valori e principi del Vangelo. La gente ha bisogno di ascoltare parole buone che dicano la verità, certamente vissuta e testimoniata, ma anche spiegata e tradotta in parole e concetti fruibili da tutti (cfr 1Pt 3,15-16). All’arte della relazione comunicativa il diacono deve dedicare molte delle proprie energie, che scaturiscono sia dalle proprie attitudini personali, sia dalle competenze acquisite e coltivate con una seria formazione permanente, sia dall’esperienza della vita. Un ultimo aspetto significativo a cui rimanda il portico è l’ambito delle nostre parrocchie. Spesso mi salta agli occhi il paradosso di nuove costruzioni di chiese ed edifici religiosi moderni ai quali sembra mancare completamente l’attenzione all’aspetto dell’accoglienza esterna delle persone, mentre questo era un dettaglio molto più curato e manifesto nei vecchi oratori del nord Italia. Non è cosa da poco, insomma, avere in parrocchia un ampio e accogliente portico che faccia da tramite tra la piazza, la strada, la vita ordinaria e la sala liturgica, il luogo della preghiera della comunità, lo spazio del cenacolo. Da un lato, è un’esigenza umana: per entrare nel silenzio necessario per raccogliersi e dialogare con Dio, c’è bisogno prima di un respiro, di una pausa, di un momento in cui si prende coscienza di chi si è e da dove si viene. Allo stesso tempo, c’è bisogno dello spazio per salutare gli altri, per creare il clima comunitario, per stabilire un rinnovato rapporto con chi si incontra di nuovo magari dopo una settimana di vita vissuta altrove. Da un punto di vista teologico, inoltre, è proprio il passaggio graduale tra lo spazio aperto e lo spazio chiuso che evoca quell’incontro misterioso e salvifico tra umanità e divinità, realizzato nell’incarnazione del Figlio in Gesù in maniera definitiva, ma che mantiene quella dinamica attraente e straordinaria tra finito e infinito, tra tempo ed eternità, tra silenzio e Parola. Ecco dunque che, mi sembra, è proprio il portico l’immagine più appropriata per identificare il ministero del diacono, il quale si muove con la delicatezza dello Spirito di carità tra i poli della fragilità umana e la passione per il Dio onnipotente.